Whistleblowing: il vero rischio non è la segnalazione, ma non essere pronti a gestirla
Come trasformare un obbligo normativo in uno strumento di governance e protezione dell’impresa
Molte imprese vivono il whistleblowing come una minaccia:
“E se qualcuno segnala qualcosa contro di noi?”
“E se si aprono conflitti interni?”
“E se diventa uno strumento di ritorsione?”
La verità è diversa.
Il problema non è la segnalazione.
Il problema è un’azienda che non sa come gestirla.
E questo oggi è un rischio giuridico, organizzativo e reputazionale molto concreto.
Con il D.Lgs. 24/2023, molte aziende sono obbligate a:
- attivare un canale di segnalazione interno
- garantire la riservatezza assoluta di chi segnala
- gestire le segnalazioni con procedure strutturate
- prevenire qualsiasi forma di ritorsione
Ma la vera questione non è solo l’obbligo normativo.
È che il whistleblowing è diventato uno strumento di governance interna.
Cosa accade davvero quando manca un sistema serio
Nella pratica vedo spesso situazioni come queste:
- segnalazioni inviate direttamente a INL, ANAC o magistratura perché “internamente nessuno ascolta”
- personale dipendente che parla all’esterno prima ancora che all’interno
- manager che gestiscono segnalazioni in modo emotivo o difensivo
- email cancellate, conversazioni non tracciate, decisioni non documentate
- conflitti che degenerano in contenziosi
Non per cattiva fede. Ma per assenza di struttura.
Whistleblowing = termometro della salute organizzativa
Un canale di segnalazione ben gestito produce effetti opposti a quelli temuti:
✔ intercetta i problemi prima che esplodano
✔ riduce il rischio di contenziosi esterni
✔ migliora il clima di fiducia
✔ rafforza la credibilità del management
✔ tutela l’imprenditore in caso di verifiche
In altre parole: non protegge solo il personale, protegge soprattutto l’azienda.
Il punto critico: non basta “attivare una piattaforma”
Molte aziende si limitano a:
- acquistare un software di whistleblowing
- pubblicare una procedura standard
- nominare un referente interno
Formalmente sono a posto. Operativamente sono esposte.
Perché poi succede questo: arriva la prima
segnalazione vera e nessuno sa davvero cosa fare.
La gestione della segnalazione: dove si gioca tutto
È qui che si vede la differenza tra:
- compliance formale
- governance reale
Gestire bene una segnalazione significa avere un processo chiaro, ad esempio:
- La segnalazione viene ricevuta dal soggetto designato (OdV, consulente esterno, referente formato)
- Viene fatta una prima valutazione di ammissibilità e fondatezza
- Si raccolgono i fatti in modo riservato e documentato
- Si ascoltano le persone coinvolte senza pregiudizi
- Si valutano eventuali criticità organizzative emerse
- Si adottano misure proporzionate (correttive, formative, disciplinari se necessario)
- Si restituisce un feedback a chi ha segnalato (nei limiti consentiti)
- Si documenta tutto il processo
Questo non tutela solo chi segnala. Tutela soprattutto l’azienda e chi la governa.
Un esempio concreto di gestione positiva
Una dipendente invia una segnalazione tramite il canale interno: segnala che il proprio responsabile utilizza toni offensivi, fa battute umilianti e crea un clima di forte pressione psicologica nel team.
In molte aziende questo verrebbe gestito così:
- la segnalante viene “smascherata” informalmente
- il responsabile si sente attaccato
- si crea una guerra interna
- il clima peggiora
- il rischio di causa per mobbing aumenta
In un’azienda strutturata, invece, succede questo: la segnalazione viene presa in carico da un soggetto terzo e formato.
Viene avviata una verifica riservata: colloqui individuali, raccolta di elementi, analisi del contesto.
Emergono effettivamente criticità nella modalità di gestione del team, pur in assenza di una volontà persecutoria.
L’azienda sceglie una strada intelligente:
- non nega il problema
- non scarica tutto sul manager
- interviene con un percorso mirato
Vengono attivati:
- un confronto strutturato con il responsabile
- un percorso di coaching sulla gestione delle persone
- un momento di ascolto del team
- un rafforzamento delle regole interne di comportamento
Risultato dopo qualche mese:
- il clima migliora
- il responsabile cresce come leader
- il team recupera fiducia
- la segnalante non viene esposta
- l’azienda evita un conflitto potenzialmente molto serio
Questo è whistleblowing usato bene:
non come arma, ma come strumento di governo dell’organizzazione.
Cosa serve davvero per ridurre il rischio
Un sistema efficace non è tecnologico, è organizzativo.
Serve:
- una procedura costruita sulla realtà aziendale
- ruoli chiari su chi riceve, valuta e decide
- tracciabilità delle attività svolte
- capacità di distinguere segnalazioni fondate da conflitti personali
- gestione corretta della comunicazione interna
- integrazione con 231, HR, governance, disciplinare
Qui il valore non è “avere la piattaforma”.
È essere in grado di affrontare una segnalazione concreta senza esporre l’azienda a rischi.
Conclusioni
Il whistleblowing non è solo un adempimento formale da spuntare in una checklist di compliance.
È un banco di prova molto concreto della qualità della governance aziendale.
Un’azienda che gestisce bene le segnalazioni dimostra di avere:
- processi chiari
- leadership matura
- capacità di ascolto
- controllo dei propri rischi
- rispetto reale per le persone
Un’azienda che invece improvvisa, minimizza o reagisce in modo difensivo alle segnalazioni si espone a conseguenze ben più gravi di una sanzione: perdita di fiducia interna, conflitti, contenziosi, danno reputazionale.
Le imprese che oggi investono su procedure serie, formazione dei ruoli chiave e cultura della responsabilità non stanno facendo solo compliance. Stanno costruendo organizzazioni più solide, credibili e sostenibili nel tempo.
Ed è proprio in questa direzione che la compliance smette di essere un costo e diventa una leva strategica di valore.


Sono molto perplesso su percorsi di coaching verso dipendenti. Il coach ha un obbligo di lealtà verso il coachee o verso l’azienda?
A me sembra conflitto d’interessi.