Michela Degiovanni
L’AvvocatA della responsabilità sociale
dove la compliance incontra la parità, l’equità e l’inclusione.
dove la compliance incontra la parità, l’equità e l’inclusione.
Supporto le Organizzazioni a progettare ambienti di lavoro giusti, rispettosi e sostenibili, con percorsi personalizzati di prevenzione delle discriminazioni e governance inclusiva. Con competenze giuridiche, un Master in Diversity & Inclusion e un approccio concreto, accompagno le aziende nella Certificazione di Parità di Genere e nella gestione dei rischi relazionali e culturali.
Le resistenze sono normali nei processi di cambiamento. Le affronto con metodologie di ascolto strutturato, focus group, formazione mirata e accompagnamento comunicativo. L’obiettivo è trasformare le criticità in occasioni di dialogo e costruire una cultura del miglioramento continuo condivisa.
I rischi sono molteplici: di compliance (mancato adeguamento alle diverse normative), reputazionali (percezione negativa da parte di clienti e media), legali (contenziosi, ispezioni, sanzioni), organizzativi (conflitti, disaffezione, dimissioni), economici (perdita di talenti e opportunità di finanziamento). Prevenire significa proteggere e rafforzare l’organizzazione.
Tutte le organizzazioni, indipendentemente dalle dimensioni o dal settore, possono intraprendere il percorso verso la certificazione e i KPI richiesti dalla Prassi si differenziano in base alla dimensione dell’Organizzazione. Il mio lavoro prevede una personalizzazione completa, con piani d’azione su misura che tengano conto delle risorse e delle caratteristiche di ogni realtà, comprese le PMI.
Sì, assolutamente. La certificazione è anche un'opportunità per costruire da zero una struttura coerente con i principi della parità di genere. Inizio con un'analisi del contesto e dei gap organizzativi, per poi supportare l’azienda nella redazione di policy, procedure e strumenti conformi alla prassi. Il percorso è pensato proprio per accompagnare gradualmente l’organizzazione verso la piena conformità, anche in assenza di pratiche già consolidate.
Parto dalla raccolta dei dati salariali suddivisi per genere, livello, ruolo e anzianità. Li confronto in relazione a promozioni, premi, benefit e scatti di carriera. Produco una reportistica che evidenzia eventuali scostamenti ingiustificati, utile per intervenire con azioni correttive e per documentare l’impegno in materia di parità.
La certificazione non appresenta solo un riconoscimento formale dell’impegno dell’organizzazione verso l’equità e l’inclusione. È uno strumento utile per strutturare processi interni più trasparenti ed efficienti, responsabilizzare il management su obiettivi valoriali e generare fiducia tra collaboratori, clienti e partner. In un mercato sempre più attento alla sostenibilità, essere certificati consente di comunicare in modo chiaro la propria identità valoriale, rafforzando la reputazione e la coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si realizza.
Assolutamente sì. È il mio approccio preferenziale: costruire un percorso integrato di inclusione, sostenibilità e cultura organizzativa, valorizzando sinergie tra gli standard e ottimizzando tempi e risorse. Questo rafforza l’identità dell’organizzazione e rende il cambiamento più efficace e duraturo.
Integrare la dimensione sociale dell’ESG permette all’organizzazione di distinguersi per responsabilità e visione a lungo termine. Significa adottare un approccio centrato sulle persone che rafforza la capacità di innovazione, favorisce relazioni industriali più stabili e sostiene la transizione verso modelli di business sostenibili. Inoltre, è un elemento chiave per dialogare con stakeholder consapevoli e rispondere in modo proattivo agli standard richiesti dalla supply chain, soprattutto nei mercati internazionali.
Occorre integrare il lavoro tecnico e strategico con una comunicazione istituzionale chiara e coerente: è utile valorizzare i risultati nei bilanci di sostenibilità, nei siti web, nei report ESG e nei materiali per clienti e bandi pubblici.